Oggi è ...

Altro che talent!...
Il grazie di Baccini va a Costanzo

"La musica ormai è un optional, è di servizio, serve a fare gare di canto!"

di Nadia Macrì - 11 agosto 2016
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Agosto, di quelli in cui passi dai 40 gradi all’ombra al temporale estivo. La location che fa da cornice all’intervista ci offre un bordo piscina fra il verde e i tanti alberi di ulivo che popolano le campagne calabresi. Siamo a Cittanova, nel reggino, all’Uliveto Principessa e ci si sente un po’ regali quando si ricevano tante emozioni positive chiacchierando con Francesco Baccini, l’ospite più atteso del Tradizionandu Etnofest 2016 che anche quest'anno ha contribuito ad arricchire i cuori di chi si lascia raggiungere dalle belle iniziative che l'associazionismo attivo offre. Con Baccini parliamo di musica, di talento e delle sue canzoni che hanno fatto la storia, ma rimangono attuali evolvendo con lui, tanto che seppur dei nuvoloni grigi ti sormontano, riesci a canticchiare Sotto questo sole.


Partiamo da lontano, nel 1989 vinci il premio Tenco come miglior artista emergente. Tu non miravi solo a diventare un cantante, avevi oltre che la voce, anche musicalità ed ironia; ma se quel ragazzo fosse un giovane oggi, pensi che avrebbe trovato il suo spazio?
Oggi non credo. Andava a cercarsi un lavoro! Paradossalmente all’epoca c’erano meno possibilità, meno canali, non c’erano i talent, e quando cominciavi andavi a bussare alle porte delle case discografiche come ho fatto io che sono scappato di casa e da Genova sono andato a vivere in macchina a Milano e ogni mattina facevo il giro delle case discografiche aspettando anche otto ore dietro una porta.

 

Chi c’era quando si apriva quella porta?
La prima è stata Mara Maionchi, ma già all’epoca cercavano di indirizzarti su un genere, di incasellarti, e lei mi diceva: “Sì, c’è talento, ma come facciamo a fare un disco con queste canzoni”.

E poi cosa è successo?
E poi mentre ero in macchina, perché vivevo in macchina, sento uno spot dei Pooh che diceva “manda una cassetta alla CGD...”. Così registro con il mangianastri e invio tutto mettendo il numero di un mio amico, perché io non avevo una casa, quindi non avevo un telefono.

Ma la telefonata arrivò lo stesso?
Sì, dopo un mese il mio amico mi cercò per dirmi di andare alla CGD perché mi stavano aspettando. Io andai con la convinzione di aver vinto il concorso, ma eravamo in 1800! Iniziarono lunghe selezioni, e diventammo prima 900, poi  400, poi 200, fino che arrivammo in 4. Una cantante donna, un interprete maschile, una band ed io. Ovviamente dei quattro ero il meno quotato perché piacevo, ma non capivano come poter far diventare la mia musica un prodotto, cercavano qualcosa più nazionalpopolare.

Chi vinse?
Loro puntarono sull’interprete maschile, per il quale arrivò una canzone di Mogol con la musica dell’arrangiatore di Elton John. La CGD era un grattacielo con oltre duemila dipendenti e tutta l’azienda parlava di lui che doveva andare a fare Sanremo Giovani, ma non lo presero, fu scartato!

Quindi avanti il prossimo?
Io ero l’unico che aveva le canzoni! Mi cercarono per giorni, nonostante io andassi a mangiare quotidianamente alla mensa della casa discografica, ma quella volta arrivai fino all’ultimo piano dove c’erano i direttori che mi dissero: “La tua canzone Mamma dammi i soldi, diventerà la sigla di coda del Festival di Sanremo”.

La fregatura dove stava?
L’unica fregatura fu che quell’anno Sanremo finì alle tre di notte, ma comunque passava la mia canzone come sigla anche se comparivo con il logo di Espressione Musica, perché io ancora non ero uscito discograficamente e quindi Francesco Baccini era uno sconosciuto e come tale non poteva cantare la sigla del Festival della canzone italiana al quale non aveva mai partecipato!

Ti ascoltarono perciò quelli della notte?
Sì, la mia fortuna fu che mi ascoltò proprio Renzo Arbore e mi invitò a Doc, dove ci andai però con il mio nome e così iniziò ufficialmente la mia carriera.

Hai tolto il nome Espressione Musica, hai lasciato alla musica la tua forte espressività contaminata da queste esperienze televisive?
Mi chiamò infatti Maurizio Costanzo e mi fece raccontare la mia storia. Aveva letto una mia intervista su L’Espresso che si intitolava Camallo pazzo, perché io ero uno scaricatore di porto. Ero uno fra i tanti ospiti, ma mi fece parlare un’ora e mezza e ad un certo punto fece alzare Bracardi per farmi suonare una canzone al pianoforte, cosa che non era mai successa prima per nessun artista. Posso dire di essere stato il primo cantante a cantare al Maurizio Costanzo Show!

Non c’erano ancora i talent di Maria De Filippi ed i talenti li scopriva Costanzo?
Sì, io a Maurizio Costanzo lo devo ringraziare perché mi ha fatto venire fuori per quello che ero.

Quindi un susseguirsi d’incontri, che pian pian definirono i tuoi più grandi successi.
Pensa che quando iniziai a fare il mio primo album, io avevo un amico di Genova che suonava benissimo, ero uno sconosciuto, ma io mi imputai per volerlo nel disco, è Andrea Braido, chitarrista mostruoso che Vasco lo volle con sé appeno lo sentì nel mio disco, come fonico mi dissero che c’era un ragazzo alle prime armi, ed era Maurizio Maggi che poi divenne uno dei più grandi fonici italiani. Mi servivano infine dei fiati, e Maurizio mi disse che a Carpi c’era un gruppo che con poco mi avrebbe potuto aiutare, l’anno dopo questi arrivano a Sanremo e si chiamavano Ladri di Biciclette! Da lì iniziò la mia amicizia nella Nazionale Cantanti con Paolo Belli e quindi la nostra collaborazione per Sotto questo sole che inizialmente la mia casa discografica non voleva, ma io mi imputai e ancora oggi riempie l’estate.

E in quasi 30 anni di carriera e successi, le collaborazioni - in cui hai sempre osato mettendoti spesso in gioco - sono state tante: Branduardi, De Andrè, Jannacci.
La prima è stata con Branduardi che stato il mio ponte con la musica leggera e con cui ho fatto Mani di forbice. De Andrè non è che abbia fatto tantissimi duetti, io gli ho fatto cantare il blues! E Jannacci è stato il mio maestro di ironia. Alla fine a quasi tutti i miti della mia adolescenza sono riuscito a fargli fare una cosa mia, a fargli cantare una canzone mia!

Altro che cover!
Da un punto di vista artistico sono soddisfazioni che non puoi quantificare, non puoi monetizzare.

Cioè?
Ero diventato amico di Fabrizio, avevo cominciato a frequentarlo e lui mi chiese di fare un intervento su un testo della canzone Ottocento. Io inserì qualche frase ironica e lui con lo sguardo di chi la sa lunga mi disse: “Non è che vuoi firmare il pezzo!”. Gli proposi uno scambio. "Io il pezzo non lo firmo, ma tu canti con me Genova blues!". E allora per far cantare a Fabrizio un blues che non lo aveva mai cantato, feci fare un arrangiamento più chitarristico, più rock-blues. Mi ricordo che quando venne in studio a registrare il pezzo era emozionatissimo di cantare un blues, io ero invece emozionatissimo di sentire la mia voce con la sua.

E per ultimo Sergio Caputo.  Avete fatto un brano fresco, bello, coinvolgente in cui vi siete divertiti tanto, è così?
Intanto quando io lavoravo al porto e suonavo nei locali la sera avevo due colonne sonore in macchina: una era Jumpin Jive di Joe Jackson e l’altra Un sabato italiano di Sergio Caputo. Eppure negli anni non ci siamo mai incrociati, tempo fa mi scrive una mail e mi dice: “Io ho fatto un sogno, che io e te facevamo un  concerto, perché non lo facciamo?”.

I sogni son desideri e si realizzano se li togliamo fuori dai cassetti?
Certo, ed è nato un sodalizio umano e artistico sotto la sigla di The Swing Brothers, dopo il singolo inedito Non fidarti di me, ci sarà un album sul filone jazz-swing e poi seguirà un tour insieme.

Vi vedremo a Sanremo?
Non è che abbia questo desiderio impellente, anche perché la politica del Festival è paradossale. Potremmo paragonarlo ad un campionato di calcio dove i giocatori non vengono pagati, ma viene pagato profumatamente il quarto uomo, perché a Sanremo è così, viene pagato l’ospite che scende le scale e i cantanti sono gli unici che non hanno voce in capitolo.

Nessuno tutela gli artisti?
Non siamo una categoria. In Italia ormai tutti hanno un sindacato, noi non lo abbiamo mai avuto. Per fare un ponte bisogna essere ingegneri, altrimenti l’ordine si ribella giustamente, se io invece critico uno che fa un disco male, mi dicono che sono un rosicone! La musica ormai è un optional, è di servizio, serve a fare gare di canto! Senza considerare che con internet la maggior parte dei ragazzini scarica tutto gratis, oggi la musica non la paghi e come diceva qualcuno, quando una cosa è gratis non vale più nulla.

Qual è il futuro della musica?
Sai che non riesco a immaginarlo. Sicuramente l’autoproduzione, ma il problema è che non c’è più la selezione.

Questo nuovo look è dovuto a qualche donna di Modena? Chi ti ha fatto perdere i capelli?
Me li ha fatti perdere il rasoio, li ho tagliati però per una scommessa con Sergio Caputo che ne ha un po' meno di me, tanto ricrescono, ma per ora continuiamo a tagliarli!

E le donne invece hai preferito raccontarle a modo tuo?
Inizialmente tutti mi dicevano che essendo genovese dovevo scrivere le canzoni tristi d’amore. Io la prima canzone triste l’ho scritta nel quarto album ed è stata Ho voglio di innamorarmi, perché quando vivevo in macchina il mio desiderio più grande era quello di fare i dischi ed il mio ultimo pensiero quello di venderli. Oggi invece tutto vogliono subito guadagnare, vincere.

Ma nella partita di Maschi contro Femmine della tua vita, chi vince?
Io passo in vantaggio subito, poi perdo alla lunga. Segno nei primi cinque minuti e poi perdo nel secondo tempo.

In chiusura la mia solita domanda semi- seria: qual è la tua nota musicale preferita?
Io sono uno che ha la fortuna di avere un’estensione vocale che mi permette di fare abbastanza quello che voglio, perciò quando scrivo una canzone a seconda di dove cade la mano, scrivo la canzone in quella tonalità. Mi ricordo che Genova blues l’avevo scritta in Fa diesis che per il blues è una roba assurda che vuol dire cinquemila tasti neri, tanto che il tastierista alla fine mi chiese di farla in Sol! Perciò non ho una nota preferita, mi piace l’insieme delle note, mi diverto a mischiarle, mi piace la creazione delle canzoni, pensare che non esisteva cinque minuti prima.

Potresti insegnare ai giovani come si fa?
Io sono contrario alle scuole, appiattiscono il talento. E ho un brutto ricordo in generale della scuola, ho fatto il liceo in sette anni perchè mi son ritrovato al liceo scientifico pur odiando la matematica. Le scuole sfornano coristi, perfetti tecnicamente, ma tutti uguali. Purtroppo oggi la musica non è più roba di solisti!


L'autore

Nadia Macrì

Nadia Macrì, è nata nel 1977 a Zurigo, ma ha vissuto anche in altre città italiane, isole comprese.
Non è chiaro se per vocazione o per bisogno, alterna pittura, radio, canto, web e scrittura all'arte della medicina. Segue con particolare interesse gli artisti emergenti e ama tutto ciò che è alternativo.
Ha all'attivo diverse collaborazioni con emittenti radiofoniche, case discografiche e portali musicali. Collabora con diverse associazioni locali e nazionali per la realizzazione di eventi musicali, ma ama soprattutto comunicare con gli artisti attraverso le sue interviste che conclude sempre con la stessa domanda semi-seria: qual è la nota musicale preferita. Quasi a voler costruire una melodia aggiungendo una nota per volta.
Di se stessa dice: "Ci sono quelli che sanno tenere i piedi per terra. E chi ha sempre la testa fra le nuvole. Nadia è a metà. Tra terra e cielo”.
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